Il 18 brumaio di Donald Trump

   L’irruzione di centinaia di manifestanti pro-Trump nella sede del Congresso degli USA, il conseguente blocco della certificazione dell’elezione di Biden alla presidenza e – ‘last but not least’ – il non intervento delle forze armate rappresentano la combinazione tra un colpo di Stato e il sovversivismo di una frazione delle classi dominanti con vaste basi di massa nella società statunitense: è il 18 brumaio di Donald Trump e la conferma che l’America profonda lo sostiene e lo sosterrà a lungo.

   Certamente, chiunque abbia seguito la parabola di Trump è in grado di comprendere che la sua carriera politica non terminerà con la sua partenza dalla Casa Bianca, se mai tale partenza vi sarà. D’altra parte, Trump è il prodotto dei fallimenti di un sistema politico chiaramente inceppato, eroso dalla corruzione, dal predominio delle imprese multinazionali, dall'opportunismo e dal cinismo. Trump si è infatti insediato nella presidenza perché il sistema bipartitico non offriva opzioni all'altezza delle richieste di una quota crescente dell'elettorato. Egli, giocando con abilità la parte dell’‘outsider’, è riuscito a volgere a proprio favore, nella percezione di vasti settori delle masse popolari e della stessa classe operaia, il segno algebrico negativo di un quarantennio di deindustrializzazione, disoccupazione, immigrazione di manodopera a basso costo, divario crescente tra il governo e i governati, crisi dei valori fondanti dell’‘american dream’.

   Se, come osserva Gramsci nei Quaderni del carcere, la classe dominante ha perso il suo consenso, cioè non è più dirigente ma solo dominante, ridotta ad esercitare la sola forza coercitiva, ciò significa precisamente che le grandi masse si sono staccate dalle loro ideologie tradizionali e non credono più a ciò a cui erano abituate a credere in precedenza. “La crisi consiste proprio nel fatto che il vecchio sta morendo e il nuovo non può nascere; in questo periodo compaiono moltissimi sintomi morbosi”. Questa osservazione, spesso citata, sembra calzare perfettamente alla politica statunitense del 2020/2021. Orbene, contrariamente alla denuncia ‘liberal’ di Trump come “il peggior presidente della storia", è una verità incontestabile che la sua amministrazione non può reggere il confronto con l’opera distruttiva svolta dall’amministrazione Reagan, la quale smantellò i programmi sociali, rafforzò l'estrema destra, fomentò il razzismo, indusse una profonda recessione e fece esplodere le dimensioni del bilancio militare, senza peraltro riuscire a fermare né il declino del tenore di vita negli Stati Uniti né il declino geopolitico dello stesso imperialismo americano.

   Da allora, altri esponenti politici hanno suscitato, negli ultimi tre decenni, un crescente malcontento per i cambiamenti promessi, ma non realizzati. Basti pensare a Barack Obama, la cui bolsa retorica stambureggiante miracolose panacee ha spinto nelle braccia di Trump, per reazione, un numero significativo di coloro che ne sono stati sedotti, come dimostra la trasmigrazione degli elettori di Obama, che è stata un elemento importante, se non decisivo, della vittoria di Trump in diversi Stati. Sennonché un passaggio ideologico così enantiodromico sottolinea chiaramente la disperata ricerca di un'alternativa al vincolo bipartitico e pone in risalto un’anomalia che riflette una crisi profonda determinata dalla crescente distanza economica, sociale e politica della classe dominante dal popolo. 

   D’altra parte, il carattere morboso dei sintomi evocati da Gramsci e il malcontento diffuso non sono caratteristiche peculiari della crisi politica statunitense, poiché sono comuni a tutto il mondo capitalistico: da Boris Johnson nel Regno Unito a Bolsonaro in Brasile, da Modi in India a Viktor Orbán in Ungheria, da Duterte nelle Filippine a Duda in Polonia, da Macron a Conte l'insoddisfazione popolare ha generato profonde mutazioni rispetto alla tradizionale fedeltà verso i partiti politici che hanno retto il potere dopo la seconda guerra mondiale. Prima di iniziare una luna di miele con il successore di Trump, la sinistra opportunista dovrebbe interrogarsi sulle proprie responsabilità a partire dalle false promesse, dai fallimenti, dalla corruzione e dai cedimenti che hanno offerto tanto spazio all’avanzata del processo di fascistizzazione, incrementando sia il populismo reazionario di Salvini e del M5S sia il neofascismo della Meloni.

   Karl Marx, nel suo saggio sul Secondo Impero, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, analizza un personaggio storico, Napoleone III, che assomiglia fortemente a Trump. Anche allora a chi considerava Napoleone III come un gigante e a chi, inversamente, ne faceva una necessità della storia Marx replicò che il suo saggio mostrava come la lotta delle classi avesse creato “delle circostanze e una situazione” che avevano permesso “a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell’eroe”. Al di là di Trump e del trumpismo senza Trump su cui si orienterà Biden nello sforzo inevitabile di far valere una vittoria di Pirro e di ricomporre le fratture che stanno disgregando le basi del blocco di potere su cui si è retto finora il capitalismo americano e la sua proiezione imperialista, restano dunque, inaggirabili e gravide di pericoli non solo per gli Stati Uniti ma per tutto il mondo, la “situazione” e le “circostanze” della crisi americana.

 

Eros Barone

Circolo Culturale Proletario di Genova

Gennaio 2021